Lo sgabello del manager e il difficile equilibrio delle tre gambe

Quando Enrico Capello mi ha invitato a scrivere un editoriale proponendomi come focus il management aziendale, ho risposto di sì senza esitazioni, senza preoccuparmi della “sindrome da pagina bianca”. L’argomento suggerito, infatti, è particolarmente attraente perché si intreccia inesorabilmente con l’esperienza imprenditoriale, con tutte le risorse che la animano e con il tessuto economico in cui le attività si radicano. Immediatamente mi sono venuti alla mente gli interessanti approfondimenti che il dottor Franco Bompani ha scritto e pubblicato in passato su questa rivista, sviluppando in maniera esaustiva gli aspetti tecnici dell’argomento.

Mi sono, quindi, domandato cosa posso dire di nuovo e di utile sul management, quale può essere il mio apporto, la mia prospettiva? Ho pensato, allora, di provare a raccontare qualcosa sul tema a modo mio, partendo dallo “sgabello” del manager e dalle tre gambe su cui poggia: fatturato, margine operativo, flusso di cassa. Parlo di sgabello e non di altra seduta perché la posizione che offre non è mai facile da raggiungere, semplice da mantenere, comoda nel tempo e, soprattutto, richiede all’impresa un “severo allenamento” preparatorio e di mantenimento dell’equilibrio. Il turnover rappresenta il ritmo della progressione, l’Ebitda è la strada percorsa con successo, il cash-flow il fiato ancora a disposizione.
Dopo aver dato il via alla corsa, il manager raccoglie, attraverso gli strumenti tecnologici e all’avanguardia oggi disponibili, le informazioni utili per quantificare le calorie consumate, per osservare la massa muscolare attivata, per monitorare i parametri vitali e per prevedere la velocità di domani. L’allenamento rinforza il fiato dell’impresa. Ad ogni competizione si impone ovviamente un training mirato e non sarà uguale prepararsi per i 400 metri o per la maratona. Se fin qui è tutto chiaro, vi coinvolgo in una riflessione che a questo punto risulta determinante: l’azienda è fatta per funzionare o per durare? E, soprattutto, quanto la sua longevità è determinata da un buon funzionamento?

Per lavoro ho visitato tante realtà e mi sono reso conto che quando l’azienda è un’entità che funziona il manager ha successo e, viceversa, quando il manager ha successo l’azienda funziona. Sembrerebbe un assioma un po’ banale, ma nasconde la natura complessa del management, scienza infinita, capace di localizzare, delocalizzare, rilocalizzare. Fare il manager è un lavoro affascinante perché richiede un continuo apprendimento, una buona dose di creatività e grande intuito e i risultati del management sono profondamente legati all’apporto immaginativo, comunicativo e innovativo del manager. Management vuol dire gestione e, per noi della Distribuzione Automatica, significa anche migliaia di imprese, di gestione appunto, grandi e piccole, spesso guidate da manager, altre volte da imprenditori, che affrontano ogni giorno la loro gara per conquistarsi lo sgabello con le competenze e con la pratica. In economia, però, c’è sempre uno sgabello in meno e qualcuno rimarrà inevitabilmente in piedi, fuori dal gioco. Insomma, far funzionare l’azienda è un imperativo categorico, farla durare è un imperativo ipotetico: se per ogni imprenditore la continuità dell’impresa è un obiettivo imprescindibile, la possibilià che questo accada dipende da condizioni che solo un buon manager sa interpretare e gestire.

Vorrei concludere parafrasando una poesia di Rodari, che una canzone degli anni ’70 rese un fenomeno nazionale:

per fare un manager ci vuole un’azienda
per fare un’azienda ci vuole un’impresa
per fare un’impresa ci vuole il management
per far il management ci vuole il manager

per fare il manager ci vuole l’azienda… che funziona.

Gustavo Prada Moroni Responsabile Divisione Ho.Re.Ca. Espresso Service

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